La poesia e la (comunità collettiva)

Va ammesso. Questo tempo è sbalzato nelle nostre vite a tal punto da sacrificarle:

<<siamo traghettati morbosamente nel senso unico dell’ angoscia e della paura, e così -in confidenza- mi accingo alla lettura sussurrante dei versi: appunto della poesia; dacché presente e mai superflua. La poesia resta la nostra comunità; non ha bisogno di bussare nè di avanzare ipocrite pretese. Radicata si rivolge per lo più all’ animo soffuso, indispettito e allo stesso tempo clemente>>

I nostri politici ad esempio, potrebbero imparare molto dalla poesia e così eviterebbero il tremolio di una farsa. Può accadere allora, che la poesia diventi una sirena capace di ammaliare anche i giganti”.

In questi giorni ammetto di essermi imbattuto -altrove- nei versi di una canto suonato di memoria autobiografica. La voce è cupa ma si sente il caldo delle vicissitudini che arrancano nel ritmo di un tempo già trascorso, e indefinibilmente dell’ altro che arriverà. I versi possono essere eccepiti dentro la ‘profonda coerenza’.

***

Altrove

no, non in una foresta di simboli
questa casa
che non sai dove sia
ma fuori, fuori
da ogni plaga della memoria
anche la più remota,
da ogni storia e vicenda,
ma vera, vera
più d’ogni altro giorno,
d’ogni altra ora
che sia la più chiara
o la più cupa
qui le erbe sono le più verdi
e alte,
ondulate e morbide
dai colli scendono
alle case
il cerbiatto è lì,
poco distante,
dove l’acqua è più limpida,

alla fonte,
e tu lo guardi bere
e sei felice
dietro la casa
c’è una scala lunga
il solaio raggiunge
luminoso,
la paglia lo rischiara
fin’oltre i vetri,
no, non ci sono gli angeli
ed i cori,
ma le sorbe odorose
dentro i canestri
un canto ti raggiunge
nella luce,
tra i legni del solaio
trapela lieve,
non sai chi è la donna
che li intona


e t’entra dentro il sangue
e ti rallegra
e guardi lo scoiattolo
che sale
rapido per il tronco
e giunge al cielo

Giugno 2016

Umberto Piersanti ‘Campi d’ ostinato amore’ La Nave di Teseo 2020

di Giuseppe Rigotti

©️Riproduzione riservata

Emilio Paz, tre poesie inedite

Silencio


Soy silencio
Soy una cancion muda
que se entrega a la luna.
Soy un mar sin rostro
con la extensión del tiempo
como arena en el viento.
Me despido / soy presencia
Soy una sombra
quien perdió su cuerpo.

Sono silenzio
sono una canzone muta
che si rende alla luna.
Sono un mare senza volto
con il dilagare del tempo:
come la sabbia al vento.
Vi lascio / sono presenza
sono un’ombra
che ha perso il suo corpo.

Belleza


La belleza es el grito
de un hombre muerto
buscando a su madre.


La bellezza è il grido
di un morto
cercando sua madre

Atenas
Arena


Arena que forma cuerpos
que se disuelve como el hielo
sobre un fuego fragante
olvido sincero.
Atenas cae bajo el fuego de los extranjeros
y los dioses se pierden en el olvido.
Los dioses son figuras de arena
que están modelados
para el placer de los hombres.
Atenas es una ciudad de arena.

Atene
Sabbia


Sabbia che forma corpi
dissolta come ghiaccio
sopra un fuoco profumato,
sincero oblio.
Atene cade sotto fuoco straniero
e gli dei si perdono nell’oblio.
Gli dei, figure di sabbia,
modellati per il piacere degli uomini.
Atene è una città sabbiosa.

Emilio Paz (Lima, 1990) professore di Filosofia e Religione, laureato all’Università Cattolica Sedes Sapientiae. Ha pubblicato opere di poesia, narrativa e saggistica su diversi media, in Perù e all’estero. Sue poesie sono state tradotte in inglese, italiano, portoghese, rumeno, bulgaro e uzbesco. Attualmente indaga la relazione tra poesia, estetica e educazione. L’ edizione bilingue di La brevità dell’esistenza sarà pubblicata da Edizioni Kolibris.


Traduzione poesie Davide Cortese
Traduzione biografia Chiara De Luca

di Giuseppe Rigotti

©️Riproduzione riservata

Gerardo Masuccio, il giovane poeta in ‘Fin qui visse un Uomo’

E non mi scuote il punto di domanda:

che il peccato sia un dono o una colpa

è il dilemma del folle,

che l’amore sia un fiume

cui manca la foce – o la fonte –

è l’inganno del mite.

Questo mio sopravvivermi invece

non trova risposta

tra la polvere e i piatti di carta,

nell’istinto dell’acqua e del sonno.

E si nutre – spiraglio taciuto –

del tiepido gelo

d’esser qui, ma per sbaglio.

*

In fondo è l’attesa perenne

che sia primavera,

è il passo tremante che segue,

fuggendo, la stasi.

Ma tra i colpi del vero sorprende

-premura inaudita-

che di là dal tempo e dai luoghi

noi siamo reciproca cura.

Non c’è tempo che il fiato scandisca,

il domani è la terra dei folli

e io l’ho sorpreso

nello scendere scale già scese

di un autunno che ogni anno si inverna.

Mentre lento dal ventre di Siena

rifugge un istante,

non attendo che un’ora trascorsa.

*

Fermarsi alla vita – per altri –

è licenza d’eterno:

tu sola persisti a contarmi le ciglia del cielo,

a studiare l’accordo silente

del fiore che s’apre.

Direbbero – e in tanti – che il nostro

è un insano delirio,

questo spingerci al molto nel nulla,

ma l’oltre è un vantaggio che giova

a noi soli, a chi sa.

*

Dal muro di vetro del Melùha

una luce mi sveglia in assalto.

È Mumbai che risorge dal lago

e protesta la morte con artigli di sfera rovente,

con fauci di fango.

È Mumbai con il crine d’avorio,

dal dorso di spezia,

e nell’algebra del suo squilibrio

scopro in me uno scarto di vita.

*

La coltre perlacea di nebbia

che inganna il mio occhio

è ancora la stessa

che cuce un ricamo di nubi

alla stoffa del lago

di là dai cipressi del porto.

L’autunno è passato di qui

seminando abbandono.

Col silenzio atterrito

in cui si risveglia

la sala da ballo

nel giorno che segue la festa,

Gardone – smarrita – mi stringe,

si scopre trascorsa.

È in questo sconcerto che freme il mio urlo di vita.

E intanto – ma è vana protesta – un telefono squilla

dai vetri serrati

di un gelido alloggio deserto.

*

Eppure nei recessi del pensiero

dove mi è ancora dato di tradirmi,

l’impermanenza annoda le radici

a superfici incerte,

al provvisorio.

Il numero di chi non ha più voce

è ancora – inerte –

nella rubrica dei vivi,

la polvere insegue l’assenza

e nel cassetto dell’infanzia

trattengo un’ ultima biglia.

Gerardo Masuccio è nato a Battipaglia, in provincia di Salerno, nel 1991. Ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza nella limitrofa Olevano sul Tusciano. Dopo gli studi classici a Eboli, nel 2010 si è trasferito a Milano per frequentare l’Università Bocconi. Ha conseguito due lauree, in Giurisprudenza e in Economia, con tesi sul diritto d’autore e sull’editoria libraria. Negli anni universitari ha fondato il salotto letterario degli studenti. Dal 2017 lavora per Bompiani e ne cura la collana CapoVersi. È inoltre redattore delle pagine digitali di Atelier. La sua poesia è apparsa in antologie, riviste, siti specializzati e opuscoli non venali. “Fin qui visse un uomo” è la sua opera prima.

di Giuseppe Rigotti

©️Riproduzione riservata

Maurizio Soldini ‘Lo spolverio delle meccaniche terrestri’

Da poco è uscito ‘Lo spolverio delle meccaniche terrestri’ (Il Convivio Editore). Si tratta di una raccolta in versi dalla vivacità stilistica, lì dove le parole diventano un sentimento corale e di significato profondo. L’ opera affronta diverse tematiche però non di frammentazione, ricerca di costanti bagliori, facendo delle immersioni nella propria quotidianità.

Soldini è una voce originale della poesia Italiana Contemporanea, mai scontato e molto apprezzato da poeti come:

Giuseppe Manitta, Maurizio Cucchi, Valerio Magrelli, Roberto Mussapi, Biancamaria Frabotta, Antonietta Gnerre, Elio Pecora, Giuseppe Conte, Maria Pia Quintavalla, e tanti altri ancora.

Ecco alcune poesie inedite tratte da ‘Lo Spolverio delle meccaniche Terrestri’ (IlConvivio 2019)

FRONTIERA

ora il viaggio strema dentro i vicoli

oscurando i passi dietro i lampioni

artificio della rimessa in conto

subitanee dicerie di frontiera

albeggia a un tratto si volta strada

quando va incontro al decidibile uso

di rivedere quel che resta a fronte

la meraviglia di un risveglio crudo

come la scia che avvolge un paramento

di una casa a latere del convoglio

che fugge e lagna verso la campagna

sotto la nuvola si leva un vento rado

orchestra un sibilo di fratellanza

si scioglie la scommessa nell’ abbraccio

***

PASSAGGIO IN PAESAGGIO

quella volta che scivolammo sul greto

della marana la sua bontà l’inesperienza

era l’adolescenza al capolinea e l’altro

la diligenza vuota era quel trentasei nero

il tragitto alla garibaldina verso porta pia

a mettere la palla al centro della gioventù

***

lo spolverio delle meccaniche terrestri

si sente dal vagabondare nelle strade

per queste allucinate algebre dei corpi

qualche bagliore da scontare si scorge

dentro il logorio nelle viandanze

riflesse nella sera alle vetrine dei negozi

Maurizio Soldini è nato nel 1959 a Roma, dove tutt’ ora vive. Ha pubblicato le seguenti raccolte di versi:

Frammenti di un corpo e di un’ anima (Aracne,2006), In controluce (con Prefazione di Stefano Verdino, LietoColle, 2009), Uomo. Poemetto di bioetica (LietoColle, 2010), La porta sul mondo (Giuliano Ladolfi Editore,2011), Solo per lei. Effemeridi baciate dal sole (LietoColle, 2013) È da poco stato pubblicato (febbraio 2019) Lo spolverio delle meccaniche terrestri per Il Convivio Editore.

Maurizio Soldini è anche presente in numerose antologie poetiche. Sue poesie sono comparse su Riviste cartacee e on-line. Suoi inediti stanno per essere pubblicati sul nuovo numero in uscita della rivista accademica La questione romantica, Liguori Editore, 2019. Diversi anche suoi interventi critici, ha collaborato con Il Messaggero e Avvenire. Attualmente collabora assiduamente con diverse Riviste a stampa come Sulle tracce del Frontespizio.

di Giuseppe Rigotti

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