“My age” è il nuovo singolo di Walter di Bello e A Smile From Godzilla: un mix di forze sonore (britpop e folk) richiamano l’ immaginario onirico

“My age” è il nuovo singolo composto dal cantautore Walter Di Bello in collaborazione con il progetto A Smile From Godzilla disponibile su tutte le piattaforme digitali dal 23 aprile. Il brano è nato in seguito ad un’amicizia nata dopo un’esibizione a Marina di Camerota per il meeting del mare 2020. Walter ha un problema tecnico alla chitarra e Daniele (A Smile From Godzilla) gli presta la sua. Dopo alcune settimane Walter lo ringrazia scrivendo una canzone che richiama le sonorità tanto affini al progetto A Smile From Godzilla che completa il brano con alcuni versi scritti e cantati. 

“My Age” è il chiaro ricordo di tutto il periodo pre-covid, al momento molto lontano dalla realtà, un brano dove il folk sposa il brit pop attraverso un coro finale in cui le voci intrecciandosi creano un immaginario quasi onirico.

Il connubio di anime è davvero inaspettato ed il brano sembra parlare in qualche modo di un periodo della vita in cui si diventa adulti senza neanche rendersene conto – “Is this my age, i feel i haven’t change” 

Il brano è stato registrato a distanza e missato nel prestigioso Hexagon lab studio di Edoardo Di Vietri.

di Giuseppe Rigotti

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Il Befolko: nel nuovo singolo prende appuntamento il “Carpe diem”

Esce il nuovo singolo ‘Almeno pe’ stasera’

“Almeno pe’ stasera” è il terzo singolo tratto da “Puoi rimanere appannato?”, terzo album del cantautore napoletano “Il Befolko” in uscita per l’etichetta campana Dischi Rurali nella primavera 2021.

Si tratta della canzone più intima del disco, registrata chitarra acustica e voce, tra le più conosciute dell’artista nonché posta sempre in chiusura di ogni esibizione live.Il brano nasce nel gennaio 2017 e la sua concezione di fondo richiama la famosa espressione latina “carpe diem” del poeta Orazio (Odi, I, 11, 8). L’invito contenuto in essa è infatti quello di vivere ogni momento senza pensare ai successivi e senza lasciarsi condizionare da ansie e preoccupazioni, cercando di cogliere pienamente il massimo da ciascuna occasione.

Registrato a cavallo tra fine 2019 e inizio 2020 presso Le Nuvole Studio di Cardito (NA), il brano è stato prodotto da Massimo De Vita (Blindur), mentre mastering e missaggio sono stati realizzati da Paolo Alberta.

Hanno suonato: Roberto Guardi, in arte Il Befolko, chitarra acustica e voce. Etichetta: Dischi Rurali Distribuzione: Artist First CREDITI DEL BRANO Testo e musica di Roberto Guardi in arte Il Befolko Prodotto da Massimo De Vita (Blindur) Mix e mastering: Paolo Alberta Hanno suonato: Roberto Guardi in arte Il Befolko: voce e chitarra acustica.

https://ilbefolko.lnk.to/AlmenoPeStasera?fbclid=IwAR2NN6LymQdVvZOphk2s_JmoQm2AE_sJrU7ozTi29fo1oU0jP-UxQZw5JRs

di Giuseppe Rigotti

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Raffaella Biglietti, la mia poesia per il Natale

poesia dialettale in ‘napoletano’

di Raffaella Biglietti/

(2020 te voglio parlà)

*te voglio dicere tutt chell ca penz e te…

si stat infam , cattiv e scorrett …

nuie t’avimm accolt c’ò champagne, che fuoc c’à music …

tu si venut già pront pè cè fa na guerr!

Te purtat n’alleat piccrillo piccrillo c’á niscun e nuie pò vedè…

ma è accussi infam c’ à se fà sentì, e chiu fort e na pistol e nu curtiell,

te tras n’guorp rind a l’ anema , rind a capa , rind a l’ossa e te levo o respir.

Te si alleat cu isso e dind a chist ann te purtat nu sacc e gent, e fatt murí e nonn de creatur, e pate e figl, e fatt chiagner e mamm …

*C’è levat a serenità, c’è levat gli abbracci, c’è levat e vase …

e carezz, c’è levat a scol e creatur… e fest n’ziem a tutt a famiglia …

C’ è costrett a cammenà bendat … ma mò a vuo fernì? Mo te ne vuó i’?

2020 manc poc e te ne vai … n’ziem a te puortete o cumpagniello tuoi e lasciaci stà cà Dio sti cos nn sè scord!

C’avite levat tutt’ cos … ma na cos nu cè riuscit a cià levà …

e a speranz, ca nu juorno tutt’ po cagnà.

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La poesia e la (comunità collettiva)

Va ammesso. Questo tempo è sbalzato nelle nostre vite a tal punto da sacrificarle:

<<siamo traghettati morbosamente nel senso unico dell’ angoscia e della paura, e così -in confidenza- mi accingo alla lettura sussurrante dei versi: appunto della poesia; dacché presente e mai superflua. La poesia resta la nostra comunità; non ha bisogno di bussare nè di avanzare ipocrite pretese. Radicata si rivolge per lo più all’ animo soffuso, indispettito e allo stesso tempo clemente>>

I nostri politici ad esempio, potrebbero imparare molto dalla poesia e così eviterebbero il tremolio di una farsa. Può accadere allora, che la poesia diventi una sirena capace di ammaliare anche i giganti”.

In questi giorni ammetto di essermi imbattuto -altrove- nei versi di una canto suonato di memoria autobiografica. La voce è cupa ma si sente il caldo delle vicissitudini che arrancano nel ritmo di un tempo già trascorso, e indefinibilmente dell’ altro che arriverà. I versi possono essere eccepiti dentro la ‘profonda coerenza’.

***

Altrove

no, non in una foresta di simboli
questa casa
che non sai dove sia
ma fuori, fuori
da ogni plaga della memoria
anche la più remota,
da ogni storia e vicenda,
ma vera, vera
più d’ogni altro giorno,
d’ogni altra ora
che sia la più chiara
o la più cupa
qui le erbe sono le più verdi
e alte,
ondulate e morbide
dai colli scendono
alle case
il cerbiatto è lì,
poco distante,
dove l’acqua è più limpida,

alla fonte,
e tu lo guardi bere
e sei felice
dietro la casa
c’è una scala lunga
il solaio raggiunge
luminoso,
la paglia lo rischiara
fin’oltre i vetri,
no, non ci sono gli angeli
ed i cori,
ma le sorbe odorose
dentro i canestri
un canto ti raggiunge
nella luce,
tra i legni del solaio
trapela lieve,
non sai chi è la donna
che li intona


e t’entra dentro il sangue
e ti rallegra
e guardi lo scoiattolo
che sale
rapido per il tronco
e giunge al cielo

Giugno 2016

Umberto Piersanti ‘Campi d’ ostinato amore’ La Nave di Teseo 2020

di Giuseppe Rigotti

©️Riproduzione riservata

Emilio Paz, tre poesie inedite

Silencio


Soy silencio
Soy una cancion muda
que se entrega a la luna.
Soy un mar sin rostro
con la extensión del tiempo
como arena en el viento.
Me despido / soy presencia
Soy una sombra
quien perdió su cuerpo.

Sono silenzio
sono una canzone muta
che si rende alla luna.
Sono un mare senza volto
con il dilagare del tempo:
come la sabbia al vento.
Vi lascio / sono presenza
sono un’ombra
che ha perso il suo corpo.

Belleza


La belleza es el grito
de un hombre muerto
buscando a su madre.


La bellezza è il grido
di un morto
cercando sua madre

Atenas
Arena


Arena que forma cuerpos
que se disuelve como el hielo
sobre un fuego fragante
olvido sincero.
Atenas cae bajo el fuego de los extranjeros
y los dioses se pierden en el olvido.
Los dioses son figuras de arena
que están modelados
para el placer de los hombres.
Atenas es una ciudad de arena.

Atene
Sabbia


Sabbia che forma corpi
dissolta come ghiaccio
sopra un fuoco profumato,
sincero oblio.
Atene cade sotto fuoco straniero
e gli dei si perdono nell’oblio.
Gli dei, figure di sabbia,
modellati per il piacere degli uomini.
Atene è una città sabbiosa.

Emilio Paz (Lima, 1990) professore di Filosofia e Religione, laureato all’Università Cattolica Sedes Sapientiae. Ha pubblicato opere di poesia, narrativa e saggistica su diversi media, in Perù e all’estero. Sue poesie sono state tradotte in inglese, italiano, portoghese, rumeno, bulgaro e uzbesco. Attualmente indaga la relazione tra poesia, estetica e educazione. L’ edizione bilingue di La brevità dell’esistenza sarà pubblicata da Edizioni Kolibris.


Traduzione poesie Davide Cortese
Traduzione biografia Chiara De Luca

di Giuseppe Rigotti

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Diego Alonso Samalvides Heysen, inediti del poeta Peruviano

XXXIII

Mi corazòn solo es

un puñado de esperanza

un rìo donde todas las sangres corren

pero tù no eres una alegrìa o una pena

que ronda por mi alma

eres todas las cosas que la vida

me ofrece y me restringe

***

Il mio cuore è solo

una manciata di speranza

un fiume dove scorre tutto il sangue

ma tu non sei una gioia o un dolore

che tormenta la mia anima

sei tutte le cose che la vita

mi offre e mi limita.

V

Mi amor

crece implacable

como un àrbol

sin raiz.

***

Cresce l’ amore

mio inesorabile

come un albero

senza radici.

XV

Eres amor mìo

todas las cosas

que pienso y scribo

todas las cosas que parten

de mi alma

de mis centros

de mis raìces

del lodo fecundo

en que me hice hombre

y me forjè ante ti.

***

Sei il mio amore

tutto quello che penso e scrivo

tutto ciò che parte dalla mia anima

e dalla mia forza

dalle mie origini

e dal fango

in cui mi sono

fatto uomo

davanti a te.

(traduzione Giuseppe Rigotti)

Diego Alonso Samalvides Heysen (Lima, 1 marzo 2000). Autore del libro “Cuerpo de amor” raccolta poetica (edita Summa 2020). Si è distinto con il 4 ° posto del Premio Nazionale di Poesia Antenor Samaniego nella sua edizione per il centenario della nascita del leggendario poeta peruviano (2019). Ha ottenuto il 4 ° posto della Premio Nazionale di Poesia Antenore Samaniego nell’edizione (2020). Le sue poesie sono state pubblicate in antologie della Peruvian Society of Poets (SPP) e in riviste di Letteratura in ‘America Latina’ e in ‘Europa’. Ha partecipato al I Festival di Poesia giovanile peruviana “Desde los hombros de nuestra historia” e in La poesìa es resistencia organizzata dal presidente della FIP Primavera Poetica, insieme a illustri personalità della letteratura peruviana.

di Giuseppe Rigotti

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Gerardo Masuccio, il giovane poeta in ‘Fin qui visse un Uomo’

E non mi scuote il punto di domanda:

che il peccato sia un dono o una colpa

è il dilemma del folle,

che l’amore sia un fiume

cui manca la foce – o la fonte –

è l’inganno del mite.

Questo mio sopravvivermi invece

non trova risposta

tra la polvere e i piatti di carta,

nell’istinto dell’acqua e del sonno.

E si nutre – spiraglio taciuto –

del tiepido gelo

d’esser qui, ma per sbaglio.

*

In fondo è l’attesa perenne

che sia primavera,

è il passo tremante che segue,

fuggendo, la stasi.

Ma tra i colpi del vero sorprende

-premura inaudita-

che di là dal tempo e dai luoghi

noi siamo reciproca cura.

Non c’è tempo che il fiato scandisca,

il domani è la terra dei folli

e io l’ho sorpreso

nello scendere scale già scese

di un autunno che ogni anno si inverna.

Mentre lento dal ventre di Siena

rifugge un istante,

non attendo che un’ora trascorsa.

*

Fermarsi alla vita – per altri –

è licenza d’eterno:

tu sola persisti a contarmi le ciglia del cielo,

a studiare l’accordo silente

del fiore che s’apre.

Direbbero – e in tanti – che il nostro

è un insano delirio,

questo spingerci al molto nel nulla,

ma l’oltre è un vantaggio che giova

a noi soli, a chi sa.

*

Dal muro di vetro del Melùha

una luce mi sveglia in assalto.

È Mumbai che risorge dal lago

e protesta la morte con artigli di sfera rovente,

con fauci di fango.

È Mumbai con il crine d’avorio,

dal dorso di spezia,

e nell’algebra del suo squilibrio

scopro in me uno scarto di vita.

*

La coltre perlacea di nebbia

che inganna il mio occhio

è ancora la stessa

che cuce un ricamo di nubi

alla stoffa del lago

di là dai cipressi del porto.

L’autunno è passato di qui

seminando abbandono.

Col silenzio atterrito

in cui si risveglia

la sala da ballo

nel giorno che segue la festa,

Gardone – smarrita – mi stringe,

si scopre trascorsa.

È in questo sconcerto che freme il mio urlo di vita.

E intanto – ma è vana protesta – un telefono squilla

dai vetri serrati

di un gelido alloggio deserto.

*

Eppure nei recessi del pensiero

dove mi è ancora dato di tradirmi,

l’impermanenza annoda le radici

a superfici incerte,

al provvisorio.

Il numero di chi non ha più voce

è ancora – inerte –

nella rubrica dei vivi,

la polvere insegue l’assenza

e nel cassetto dell’infanzia

trattengo un’ ultima biglia.

Gerardo Masuccio è nato a Battipaglia, in provincia di Salerno, nel 1991. Ha trascorso l’infanzia e l’adolescenza nella limitrofa Olevano sul Tusciano. Dopo gli studi classici a Eboli, nel 2010 si è trasferito a Milano per frequentare l’Università Bocconi. Ha conseguito due lauree, in Giurisprudenza e in Economia, con tesi sul diritto d’autore e sull’editoria libraria. Negli anni universitari ha fondato il salotto letterario degli studenti. Dal 2017 lavora per Bompiani e ne cura la collana CapoVersi. È inoltre redattore delle pagine digitali di Atelier. La sua poesia è apparsa in antologie, riviste, siti specializzati e opuscoli non venali. “Fin qui visse un uomo” è la sua opera prima.

di Giuseppe Rigotti

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Elì Urbina, alcuni testi in Italiano del -poeta- Peruviano

I

La giada del delirio

fulge nei tuoi occhi

Giá siamo pietra

beviamo la bile delle onde

gli sputacchi degli dei

Giá siamo pietra

e nascondiamo

i colpi dell’ odio contro l’ osso

i colpi dell’ odio contro l’ odio

Giá siamo pietra

l’ epicentro del sangue

la carne distrutta

la fronte dei cani solitari

che vagano senza destino

IL SALE DELLE IENE

Cosí é la morte

noi non credemmo in lei

e adesso abitiamo

nei dormitori delle ossa

e innaffiamo l’ erba

i capelli delle donne

che amiamo e l’ assente albo

di quel padre che non abbiamo avuto

Perché abbiamo avuto la notte

il sale delle iene

l’ amore silenzioso degl’ alberi

quel miele sprezzato dagli dei

che scolpirono i bimbi

dimentichi del loro proprio nome

Montagne di sabbia e capelli

cumuli di rottami e oblio

macine di pietra e canna

il liquore delle stelle senza nome.

il liguaggio del sordido e dell’ amore

IV

Dentro la solitudine é minore

ma la notte disinibisce

e molla le catene delle risa

Qualsiasi luogo puó essere una fermata

Danza di corteggio

Le coppiete ignorano il dominio della morte

Nel loro futuro non vedo il volto del dolore

V’ è immortalitá in ogni movimento

Il furgone si apre e passo tra la notte

il vento ci spettina

e ci addentriamo nell’ incerto

-formicolio pullulare estasiante-

e in mezzo al caos la bellezza

Il suo corpo é giovane

voluttuoso il suo sguardo

Possessi per l’ oppio della luna

scendiamo lungo i rippi

e l’ acqua é sporca e le pietre tagliano

Vi é sangue e risa

Riconosciamo

in noi la morte

Uccidersi poco a poco

é un’ altra maniera di celebrare la vita.

V

Vi sono sciarpe e capelli

e sorci che stringono

tra i denti, altri denti

Vi sono echi di pietra

sotto il colpo feroce della luce

Vi é disdetta e resti

di un lussuoso naufragio

Vi sono carte corrose dalle dita

e cittá inchiodate nelle vene

l’ effemeride d ‘ un ultimo bacio

il nascimento del dolore

e le lacrime della mattina.

IL FARDO DELL’ OMBRA

Tra grumuli di saliva e sangue

solo il fardo dell’ ombra

la voce di quella donna che amai

quell’ inferriata posta tra chi sono

e i nomi del passato

Ancora c’ é ansia

ancora vi sono i vestigi di qualcosa

che non lascio di perdere

La morte s’ avvicina

ma sono già in mezzo alla morte

gíà cammino in quel marciapiede

dove la sorte é altra

dimensione dell’ ironia

un altro volto del suo volto

e vi sono messaggi perduti

Talvolta sia sufficiente

Chissá non serva a niente

alzare queste parole contro la solitudine.

VI

Gli anni qui sotto passano in lungo

tra muri corrosi

e alberi nudi

e noi siamo ancora gli stessi

Ci ubriacano ancora i sogni di ieri

Ogni giorno i nostri occhi attizzano lo stesso fuoco

un’ altra volta ci assalta l’ abietta risa

Poiché con piacere ci immergiamo nelle tenebre

e il mondo ci rimane lontano

Poiché non facciamo tesoro niente piú che oscuri atti di

abissi che aprono ad altri enormi abissi

e nella cui vecchia spirale facciamo a pezzi

i giá sfracellati stracci dell’ amore

quei corpi giá persi per sempre.

(6 Poesie da ‘Il sale delle iene’ 2017 di Elì Urbina) Traduzione di Aluhel Balam Monsalves Fuentealba.

ELÍ URBINA (Chimbote, Perù, 1989). É autore della raccolta di poesie ‘La sal de las hienas’ – Il sale delle iene- (2017). Le sue poesie sono state tradotte in diverse lingue: greco, serbo e italiano. E’ Fondatore e Direttore della rivista online di -poesia contemporanea- (Santa Rabia Magazine). Ad Oggi è in preparazione il suo secondo libro di poesia ‘El abismo del hombre’ -L’ abisso dell’ uomo- con la rivista editoriale ‘Buenos Aires Poetry’.

di Giuseppe Rigotti

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-Skaate- Arriva da Termoli l’ astro nascente del rap, Musica e ‘Ali Di Carta’

Arriva da Termoli, Gianmarco Parente in arte –Skaate- il rapper dalle treccine e ‘ali di carta’ che a soli 20 anni impone una nuova stilistica musicale. Da qualche giorno è online il suo primo singolo (ufficiale) diretto da Peter Marvu, un brano incentrato sulle proprie origini e la voglia di volare sempre più in alto con la musica:

“Ho iniziato a scrivere e produrre da solo, frequentando l’ hip -hop e la breakdance”

Cosa ha rappresentato per ‘te’ l’ uscita di questo singolo? Perchè Ali Di Carta?

L’ uscita del mio primo brano diretto da Peter Marvu è stato il coronamento di un progetto a cui lavoravo da tempo, ma del quale non ero mai stato sicuro fino a questo particolare momento della mia vita. Questa traccia segna la fine della mia rassegnazione e l’ inizio del mio riscatto e di tutti quelli come ‘me’ che sono stufi di sentirsi dire cosa si può o cosa non si può fare. (Ali di Carta) perchè sto cercando di creare una struttura che possa far volare ‘me’ e la mia città, per troppo tempo non considerata.

-Come ti sei avvicinato alla musica?

La musica è sempre stata presente nella mia vita, ma ho iniziato con alcuni miei amici affascinato dalla cultura Hip Hop; poi negli anni è diventata parte integrante della mia esistenza.

-Quando Hai compreso ulteriormente l’ importanza di questo genere musicale?

Quando nel 2016 cominciai ad ascoltare i big della scena rap/trap americana, ho fortemente percepito l’innovazione, la rivoluzione musicale e stilistica che stavano portando a compimento.

Come nasce il nome d’ arte Skaate?

Dopo essermi trasferito a Perugia per motivi di studio, ho conosciuto persone con le quali ho iniziato questo percorso e poco tempo dopo è nata l’idea di Skaate, il mio alter ego.Il nome deriva da un acronimo legato a tematiche personali che mi hanno segnato profondamente.

-Stai già lavorando ad un album in uscita?

L’ idea di un album è ancora lontana ma ho molti progetti in via di sviluppo e non pongo limiti a me stesso, nè a tutto quello che sto facendo.

di Redazione

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Maurizio Viroli -Riscopre- ‘Nazionalisti e Patrioti’ distinguendo le Innesche Contraddizioni

In ‘Nazionalisti e Patrioti’ Edito da LaTerza, il filosofo e saggista Maurizio Viroli riscopre le contraddizioni temporali di un vento impetuoso in cui evince il concetto di –Amor di Patria-.

‘Il nazionalismo va combattuto con intransigenza perchè esalta l’ omogeneità culturale ed etnica, giustifica il disprezzo per chi non appartiene alla nostra nazione e, come ha già fatto in passato può distruggere i regimi democratici e aprire la strada al totalitarismo.’

Passando per la storia fino all’ attualità, l’ autore fa emerge le orme di intellettuali, eroi, personaggi vissuti legati alla memoria degli ideali di Stato (traendone) compiute riflessioni: Cosa si intende per Nazionalismo? Qual’ è il contrasto tra patriottismo e nazionalismo? Entrambi suscitano ‘passioni forti’ ma la grandezza di una Nazione è nelle risposte di un linguaggio Universale e aperto; di legittimo interesse dei cittadini.

‘Se vuole porre freno al nazionalismo, la sinistra democratica deve in primo luogo rispondere al bisogno di identità nazionale, di cui ha sempre lasciato il monopolio alla destra. Per farlo, deve apprezzare la cultura nazionale e i legittimi interessi di ciascun cittadino ma anche elevare l’ una e gli altri agli ideali di vivere libero e civile: è il patriottismo repubblicano, che tiene unite nazione, libertà politica e giustizia sociale’. (estratto libro)

di Redazione

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